Alexander Brodsky
Dal 6 ottobre al 20 novembre 2026
Per Alexander Brodsky ogni costruzione nasce da un gesto semplice: un disegno, un appunto, una figura appena accennata. Ma il disegno non coincide mai con il progetto definitivo. È piuttosto uno spazio aperto, destinato a trasformarsi attraversando materiali, scale e forme diverse.
Le opere riunite in mostra raccontano questo continuo dialogo tra idea e materia, come un processo aperto nel quale nulla sembra davvero concluso.
Gingik (Little White Dog) ha origine da una piccola incisione, grandezza cartolina, realizzata a New York negli anni Ottanta. A distanza di decenni quella figura riappare come scultura in bronzo, a grandezza naturale. Un’opera allo stesso tempo ironica e personale, inedita nel contesto della produzione artistica di Brodsky. Il passaggio dal foglio al volume restituisce una figura rimasta a lungo sospesa nell’immaginario dell’artista, che riaffiora attraverso un diverso linguaggio espressivo, trasformandosi senza perdere l’essenzialità e l’immediatezza del gesto da cui ha avuto origine.
Lo stesso principio attraversa le architetture modellate in argilla cruda. Più che rappresentare edifici, queste opere sembrano emergere lentamente dalla materia stessa. L’argilla non viene fissata in una forma definitiva. Viene lasciata libera e continua a reagire all’aria, all’umidità e alla luce, registrando il trascorrere del tempo attraverso minime variazioni di superfici, curve e chiaroscuri. Ogni spostamento e ogni assestamento appartengono all’opera tanto quanto il gesto originario dell’artista e il materiale è presenza attiva, che conserva visibile il proprio processo di trasformazione. Queste opere segnano il punto d’incontro tra il Brodsky architetto e il Brodsky artista. Conservano la precisione del pensiero progettuale, ma affidano alla materia e all’immaginazione il compito di completarlo.
Questa riflessione si amplia in Archipelagus Aequitatis Universalis, installazione concepita nel 2026 per la Biennale dell’Acqua di Cascais, a cura di Demetrio Paparoni, e presentata ora per la prima volta a Milano. Il pianeta immaginato da Brodsky è interamente sommerso. Rimane una costellazione di isole identiche, distribuite secondo un ordine rigoroso, ciascuna pensata come un’unità autonoma capace di sostenere la vita della propria comunità. Un globo disseminato di punti, un’isola riflessa all’infinito all’interno di un dispositivo ottico e una serie di disegni dedicati alla sua struttura e al suo funzionamento compongono un sistema tanto preciso quanto enigmatico. Più che immaginare un futuro, Brodsky costruisce una possibile geografia dell’equilibrio, lasciando allo spettatore la libertà di decidere se quel mondo rappresenti una forma di armonia o di controllo, e interrogandosi sul delicato rapporto tra autonomia e appartenenza.
In Brodsky l’architettura supera la dimensione del progetto e diventa un linguaggio attraverso cui osservare il mondo, interrogarlo e immaginarlo diversamente. Che si tratti di un cane, di una casa o di un intero arcipelago, le sue opere restituiscono l’idea che ogni costruzione sia, prima di tutto, un modo di guardare il mondo.
